ETIOPIA - dal lago Tana a Lalibela

 
 

Lalibela, la città santa del cristianesimo copto dell'Etiopia

Bet Giorgis a Lalibela

Grande quasi quattro volte l’Italia, con caratteristiche geografiche e culturali diverse tra le varie zone del Paese, con una rete stradale del tutto precaria, in buona parte ancora oggi percorsi sterrati, visitare il paese costringe a trasferimenti talvolta estenuanti ed a dare delle priorità, prediligendo taluni posti e talune visite tra le tante possibili. Ma l’Etiopia è un luogo che restituisce moltissimo, capace di regalare emozioni intensissime:  è un tuffo nel passato, nella cristianità  copta che segue ancora oggi riti medioevali, tra leggende e cerimonie religiose dove è palpabile la devozione della gente, in un tempo che sembra essersi fermato! L’Etiopia è il territorio delle tantissime e celebri chiese rupestri realizzate nei luoghi più impensabili, irraggiungibili ed isolati, da monaci ferventi che sfuggivano alla persecuzione islamica, sospese tra i costoni rocciosi del Tigrai, o scavate  nella roccia di tufo nelle viscere delle montagne di Lalibela o nascoste nella vegetazione lussureggiante delle isolette sparse sul grande lago Tana.  Ci sono vere e proprie leggende sulla costruzione di questi edifici apparentemente impossibili da realizzare, secondo cui il divino e gli angeli intervenivano notte tempo per integrare il lavoro svolto dagli umani. Non si tratta  solo di chiese e monasteri di grande valore artistico e culturale, inclusi nel Patrimonio dell’Umanità tutelato dall’Unesco, ma di luoghi che sono ancora oggi oggetto di grande e convinto pellegrinaggio, letteralmente presi d’assalto dalla popolazione locale, abbigliata come ai tempi della Bibbia, con le donne avvolte nello shamma, il grande velo di garza bianca, e gli uomini con l’immancabile dula, il lungo ed inseparabile bastone dai mille usi, per sorreggersi durante le interminabili funzioni religiose o per incitare gli animali da soma.  Mai visti così tanti asini e muli per le strade,  per i mercati, tra i tanti piccoli villaggi  o che ti attraversano indisturbati la rete stradale. Muli ed asini fanno parte integrante del paesaggio rurale ed urbano, sono i compagni fedeli di agricoltori, mercanti  e degli stessi nuclei familiari, che li utilizzano come mezzo abituale per il trasporto di cose, merci, approvvigionamenti alimentari ed acqua. In Etiopia le grandi religioni monoteiste hanno vissuto fianco a fianco per millenni, in un clima di grande tolleranza, ma è il cristianesimo copto ad essere divenuto nei secoli dominante, assurgendo a religione di Stato, dopo che fu introdotta da un monaco siriano nel IV secolo, che convinse il re del tempo di Axum a convertirsi e ad imporlo al suo popolo, anche se in un contesto in cui era già attecchito un culto religioso giudaizzato che si rifaceva alle leggi di Mosè. Il cristianesimo copto ha poi assunto  caratteristiche autoctone, rielaborando ed adattando alla storia etiope leggende e racconti biblici, come quella del re Salomone e della regina di Saba, che qui viene identificata con il nome di Makeda, e dalla cui relazione nacque il figlio Menelik, capostipite di tutte le dinastie che si sono succedute in Etiopia sino all’ultimo re Hailé Selassié morto nel 1975. Si rimane letteralmente stupiti dal fervore religioso della gente, che si riversa in massa nei giorni di funzione per assistere alle celebrazioni nelle chiese rupestri sparse sul territorio, provenienti da tutte le direzioni, formando lunghe colonne bianche che scendono i sentieri delle colline, per assieparsi in ogni spazio disponibile intorno al piccolo monastero.

 
 

L’Etiopia è un paese dove la povertà è diffusa, tangibile. La incontri ovunque, lungo le vie di comunicazione come nei piccoli villaggi rurali con le capanne circolari fatte di paglia e fango (tucul), anguste e con solo l’essenziale dentro: un focolare per cuocere la injera,  qualche stuoia per distendersi e dormire e qualche tanica gialla come contenitore d’acqua. La incontri nei tantissimi mercati che si svolgono un po’ ovunque, dove si scambiano prodotti agricoli per la sopravvivenza  e qualche  ovino; la tocchi con mano quando scendi dal tuo pulmino turistico e vieni circondato da sciami di bambini laceri, dai grandi occhi neri che spiccano sulle cornee bianche,  che ti chiedono l’elemosina o qualche penna in regalo. Se l’itinerario storico, culturale e religioso, dal Lago Tana sino a Lalibela, passando per la vecchia città imperiale di Gondar e di Axum, ha costituito la linea direttrice del nostro viaggio, non si può tuttavia prescindere dall’aspetto naturalistico del Paese, capace di scuoterci emotivamente. Una natura senza uguali, con panorami mozzafiato, cime rocciose dai tratti primordiali che si affacciano su avvallamenti immensi, un paesaggio grandioso che ti fa pensare alla …. “ bellezza del creato”!

 

Il nostro itinerario inizia da Bahir Dar, una cittadina sulle rive del grande lago Tana, dove atterriamo in mattinata con un volo interno proveniente da Addis Abeba. L’impatto con il piccolo centro ci catapulta direttamente in una realtà “africana vera”,  com’è nell’immaginario di ciascuno di  noi,  richiamandoci emozioni e ricordi  già vissuti in altre parti del grande continente nero. Strade straripanti di gente, donne amhara con le gonne a pieghe avvolte nel tradizionale velo di cotone bianco che trasportano erette ceste cariche di frutta o  arbusti per alimentare il focolare domestico, povertà ad ogni angolo di strada; ogni dieci passi tantissimi  ragazzini che ti offrono di pulire le scarpe per qualche birr (pochissimi centesimi): non si tratta di lustrascarpe, perché qui non si è abituati alle scarpe di cuoio, ma di un servizio di spazzolatura e di lavaggio con spugna e surrogato di liquido detergente delle scarpe in plastica o delle scarpe da ginnastica, sportive, trekking che qui si trovano in grande quantità, ovviamente taroccate. Ed ancora, tantissimi venditori  improvvisati con la mercanzia  sparsa sul telo poggiato per terra:  si vende di tutto, da vecchi abiti consunti a scarpe di plastica usate, da pentolame a qualche casco di banane. Non ci sono auto private, ma circolano vecchi pulmini al limite della resistenza e, soprattutto, centinaia e centinaia di tuk tuk, le classiche motocarrozzette adibite al trasporto di persone, che tanto ricordano le strade di New Delhi o delle metropoli indiane. Ma quello che incontriamo a prima vista non è il mercato vero e proprio, lo troveremo nel primo pomeriggio, allorché decidiamo di uscire per un sopralluogo ed immergerci in questa realtà così variopinta, spingendoci qualche centinaio di metri  lungo la strada principale, sino a che ci imbattiamo in un incrocio che sembra impazzito per il traffico ed il  via vai di persone.  Svoltiamo sulla destra e lì comincia il vero mercato della cittadina, che si protrae sino alle ore del tramonto. Non c’è un percorso da seguire, ci si fa strada tra una densità di folla che ti opprime, zigzagando tra le bancarelle o meglio tra le centinaia di venditrici che espongono a terra la loro merce, per lo più frutta e cereali.  Di tanto in tanto emerge la figura di qualche militare, in tuta mimetica con manganello o mitra nella mano, che si sopraeleva su qualche cumulo di scarti di merce per controllare l’ordine pubblico… ma non avverto alcun segnale di tensione o di potenziali atti di furto. L’attenzione viene richiamata, ad un angolo di una via sterrata, da due carretti rudimentali stracolmi all’inverosimile di lunghi pali di legno di eucalipto (qui viene usato per realizzare le impalcature o per rafforzare le pareti esterne della case in fango e paglia), trascinati da altrettanti asini dal manto grigio e dal contorno degli occhi bianco, che vorremmo aiutare, tanto è palese la loro sofferenza. Spronati dal bastone dei loro padroni, tentano e ritentano più volte di prendere lo slancio per affrontare il percorso leggermente in salita, ma non ce la fanno, annaspano, lanciano un raglio disperato, si piegano sulle zampe, sembrano crollare, anche se non vogliono! Poi intervengono alcuni facinorosi che danno una mano,  sono almeno in quattro ed aiutano a spingere il carretto, e così l’asino è salvo! Rientriamo nel nostro alberghetto, storditi. La sera ceniamo in un locale panoramico sulle sponde del grande lago Tana, ma sembra un mare, tanto è grande (circa 8 volte il nostro lago di Garda). 

 
 

Ci svegliamo di primo mattino, pronti per l’escursione in barca che ci porterà a visitare alcuni degli antichi celebri monasteri, risalenti al 13° secolo e successivi, che sorgono su alcuni piccoli isolotti disseminati  in questa parte del lago. Scivoliamo tra le acque del Tana, il lago da cui  ha origine il Nilo Azzurro, in una giornata di sole caldo ed il cielo di un azzurro intenso. Incontriamo alcuni pescatori su piccolissime canoe di giunco e papiro, che ricordano tanto quelle dell'antico Nilo o degli Incas del lago Titicaca.  Scorgiamo sugli isolotti che incrociamo in lontananza la struttura dei monasteri, nascosti tra la folta vegetazione delle isole. Approdiamo al primo isolotto prescelto per la nostra visita, dove sorge il monastero di Ura Kidane Meret, uno dei più grandi del lago Tana. Dal piccolo molo in legno percorriamo un lungo sentiero salendo per la dolce collina, fiancheggiato da piante da caffè che crescono spontaneamente e da qualche bancarella di souvenir. Accediamo al monastero passando  attraverso un piccolo capanno in posizione sopraelevata,  dal tetto  di paglia, che funge da ingresso al complesso; il monastero ci si presenta come un grande tucul circolare, la tipica casa etiope che abbiamo visto nei villaggi, con il tradizionale tetto conico di paglia. La struttura all’interno, caratteristica tipica di tutte le chiese del lago Tana, è formata da tre zone concentriche: la parte più esterna è un anello circolare che funge da portico, con una struttura portante in legno; attraverso delle porte si accede a sua volta ad un corridoio circolare (il Qeddest), che è una esplosione di pittura religiosa, con pannelli che riproducono, con  colori accesi e lo stile naïf distintivo dell’arte pittorica etiope, storie della Bibbia, del Vangelo e dei santi etiopi. La parte più interna è rappresentata invece  dal “Sancta Sanctorum” (Maqdas, in aramaico), accessibile solo ai preti e dove è custodita una copia del “tabot”,  ossia della tavola dei 10 Comandamenti che Mosè ricevette da Dio sul monte Sinai, secondo la tradizione biblica.

 
 

Riprendiamo la barca per la visita all’altra chiesa di  Beta Maryam, che sorge nella penisola di Zeghe, una lingua di terra che si insinua tra le acque azzurre e limacciose del lago, dove l’unico monaco presente ci accoglie calorosamente con il suo abbigliamento tradizionale, il copricapo piatto ed una coperta giallo oro che gli scende dalle  spalle, con la croce in legno che ci para continuamente di fronte in segno di benedizione. La struttura della Chiesa è pressoché una replica della precedente, ricca di tesori pittorici, e fu anch’essa costruita come centro di rifugio in punti lontani e nascosti, per sottrarsi alle scorrerie degli islamici. Anche qui ammiriamo splendidi dipinti artistici, con scene della vita di Cristo, della Vergine Maria e del Vecchio e Nuovo Testamento, colpiti dal colore vivace delle rappresen- tazioni e dallo sguardo dei tantissimi Santi ed Angeli, con i grandi occhi neri fissi nel vuoto ed i capelli scuri ricciuti propri della razza etiope. Ci concediamo un breve ristoro in un  capanno con il pavimento in terra interamente cosparso di foglie, dove assaggiamo il famoso caffè etiope, una miscela considerata tra le migliori al mondo. Ma quello del caffè è considerato  un vero proprio rito, con la tostatura dei chicchi effettuata sul momento e l'aroma forte che si cosparge nell’aria e che vale più del caffè stesso! Qui il tempo sembra essersi fermato! Facciamo rientro verso Bahir Dar, non senza la sorpresa di incontrare un pescatore locale sulla sua tipica canoa di canne di papiro, che sembra attrarre una moltitudine di volatili e di grandi pellicani, che planano vicino la sua imbarcazione, attratti dalla prospettiva di carpire quale piccolo pesce di lago.

 
 

Tis Isat, la sorgente del Nilo Azzurro

Prima di partire verso il nord, decidiamo di dedicare un pomeriggio alla escursione alle sorgenti del Nilo Azzurro. Da Bahir Dar impieghiamo quasi due ore di auto su strade, in massima parte sterrate, per raggiungere la località di Tis Isat, dove il grande lago, con una spettacolare cascata di oltre 40 metri, si riversa e dà origine al Nilo Azzurro. Il percorso è un susseguirsi di scene rurali, di misere case di fango essiccato con le pareti trattenute da palizzate di legno di eucalipto; c'è tantissima gente, pastori avvolti nelle loro coperte con i loro inseparabili bastoni di legno, donne che incedono con carichi  di arbusti per il focolare, un via vai di muli stracarichi di mercanzia, asini sfortunati che trascinano a fatica carretti rudimentali, stracolmi all'inverosimile di fieno e balle di paglia che deborda da tutti i lati. E tantissima gente che cammina per strada, non si capisce dove sia diretta e da dove possa provenire e concentrarsi così numerosa, dato che tutt'intorno ci sono solo campi ed aride colline pietrose, anche se oggi è giorno di mercato. Di tanto in tanto, qualche isolata corriera solleva una gran nube di polvere, ma sarebbe più corretto definirle sfasciate carrozze, vecchie di oltre quarant'anni, che arrancano su pneumatici consumati.  Hanno i vetri fumè, tanto è lo sporco che vi si è impregnato nel tempo, con qualche tendina, anch'essa annerita, che svolazza fuori dal finestrino. Sono piene all'inverosimile, anche il tetto sembra crollare sotto il peso dei tanti sacchi e bagagli; all’interno si scorge solo una massa informe di nero. Chi non riesce a salire, dovrà rimanere a terra, aspettando anche diverse ore per un passaggio successivo. Per arrivare fin sotto le cascate ci sono due possibilità: o la più comoda barca o, come scegliamo noi, un sentiero pietroso che si inerpica su un costone roccioso, per poi ridiscendere passando per un vecchissimo ponte portoghese costruito nel XVII secolo, e poi ancora un ultimo, lungo ponte sospeso, largo quanto basta per consentire il passaggio di una persona e di un mulo. È un percorso affascinante, circa un'ora di trekking, durante il quale veniamo costantemente superati dagli etiopi del luogo che fanno rientro nei loro villaggi e che tengono un passo ben più veloce del nostro, oltre che dagli innumerevoli muli che sembrano conoscere la strada da soli! Poi giungiamo fin sotto le cascate ed i nostri sforzi sono ripagati da uno spettacolo unico, tra lo scroscio impetuoso delle acque ed il tripudio di spruzzi che si sollevano dall'acqua verde smeraldo! Anche se in questo periodo la portata delle cascate è ridotta, per la mancanza di piogge e soprattutto per uno sbarramento a monte creato per una centrale idroelettrica, è pur sempre uno spettacolo imponente,   una esplosione di  arcobaleni  e fumi di nebbia. Il Nilo Azzurro  scorrerà verso nord fino a congiungersi, nei pressi di  Khartoum, al Nilo Bianco, e finire il suo percorso di oltre 5000 chilometri  nel Mar Mediterraneo.

 
 

Lago Tana e le sorgenti del Nilo Azzurro

Sveglia di primo mattino per raggiungere la località di Gondar, oltre la sponda settentrionale del lago Tana. Sono oltre 3 ore di pista, lungo la quale abbiamo modo di scorgere le ormai abituali  scene di vita rurale e di povertà, bestie da soma con pesanti carichi, bambini scalzi che corrono, donne dal portamento eretto con enormi ceste sulla testa.  La nostra attenzione viene attirata da una moltitudine di vesti bianche che si affolla in una chiesetta al margini della strada. C’è una funzione religiosa in corso e ci intrufoliamo nello sciame di fedeli raccolti in preghiera, tra chi le recita leggendole da un libriccino sgualcito scritto in aramaico, chi canta e chi si genuflette o appoggia la testa sul muro della chiesa in segno di devozione. Poco più avanti ci sono alcuni classici tukul, con il tetto conico sovrastato da una specie di canna fumaria per lo scarico dei fumi del focolare, dove alcune donne stanno preparando,  su un braciere allestito all’aperto, la injera, la sottile piadina grigia, morbida e spugnosa, che costituisce il piatto nazionale. Viene preparata con un cereale locale (il tef), il suo sapore è però piuttosto acido ed aspro e serve più che altro per avvolgervi pezzetti di cibo.  Ci viene offerto ancora caldo, appena tolto dal tegame circolare. Lasciamo una piccola mancia, ma è un’impresa risalire sul pulmino, in quanto attorno a noi si sono riuniti decine e decine di ragazzini e bimbi scalzi, eccitati e sorridenti, felici di ricevere qualche oggetto portato dall’Italia, indumenti e penne colorate. Quando arriviamo a destinazione, la cittadina di Gondar ci appare atipica ed un po’  fuori tono con quanto incontrato nei giorni precedenti: è infatti una vera e propria cittadella imperiale dove i sovrani, a partire dall’imperatore Fasilidas nel 17° secolo, insediarono la loro capitale, interrompendo il sistema della corte mobile ed itinerante. E’ un luogo quasi rinascimentale, dallo stile prevalente portoghese (ma con evidenti influenze indiane e moresche), con castelli, bastioni, chiese, edifici di intrattenimento, che i vari sovrani  realizzarono durante il loro periodo di regno, ad imitazione di quanto fatto dal loro predecessore Fasilidas, utilizzando la roccia  basaltica della zona e conferendo al complesso l’immagine  di una sorta di ‘Camelot d’Africa’.  Da non perdere, tra le altre cose da vedere, la chiesa di Debre Berhan Selassié, con lo straordinario soffitto affrescato con diverse file di volti di cherubini, con le ali e sempre con i profondi occhioni neri, mentre le pareti presentano scene, di notevole raffinatezza artistica, della vita del Cristo, della Vergine, dei Santi e di San Giorgio con il suo destriero bianco che trafigge il drago malefico. Quest’ultimo è pressoché una costante nella pittura religiosa etiope, essendo peraltro il santo patrono del paese. Ceniamo in un caratteristico ristorante, provando (a buffet) tutti i piatti tipici del posto, accompagnati dall’immancabile injera.

 
 

la preparazione dell'injera in un villaggio rurale

il castello residenza dell'imperatore Fasilidas

particolare decorativo chiesa di Debre Berhan Selassié

verso Axum - la regione del Tigrai

Lasciamo l’alberghetto all’alba perché ci attendono oltre 8 ore di strada per raggiungere  la località di Axum, nella parte più settentrionale del paese, a pochi chilometri dal confine eritreo. Attraversiamo il parco dei Monti Simien, un paesaggio aspro di montagne altissime, dalla cima piatta, che si affacciano sulle distese infinite dell’altopiano. Siamo a quasi 3000 metri di altitudine; ci fermiamo a più riprese per fare pipì ma soprattutto per ammirare il paesaggio che è spettacolare. E’ uno dei momenti magici del viaggio, per la vista dei  panorami che ci lasciano senza fiato. Chiediamo a più riprese all’autista di fermarsi, perché ci sono scorci e scenografie imperdibili… picchi  lavici e vallate che si allungano infinite all’orizzonte  ai piedi delle ambe (le montagne con la cima piatta). Qui la natura è primordiale, ci impone soggezione per la sua maestosità; qui è stata la culla delle civiltà preistoriche; qui l’uomo si è evoluto e qui si è alzato per la prima volta sulle sue gambe!

 
 

Giungiamo ad Axum, l’antica capitale del regno axumita discendente direttamente dal re Salomone, dopo l’ora di pranzo e cominciamo subito la visita della cittadina, considerata la più santa delle città etiopi e meta di pellegrinaggio, soprattutto durante le celebrazioni del Timkat, la festa dell’Epifania etiope, ed il Natale. Il primo impatto è con il famoso parco archeologico delle grandi stele, gli enormi monoliti che venivano eretti, così come le piramidi dell’antico Egitto, in onore delle dinastie regnanti. Colpiscono per la loro dimensione e per la capacità degli antichi artigiani di modellarli e scolpirli, oltre a sembrare un vero  mistero come sia sia riuscito a trasportare blocchi così enormi di granito dalle cave distanti diversi chilometri: la leggende narra dell’intervento di forze divine, ma è più probabile  che siano stati utilizzati, come ci spiega la guida locale, moltissimi elefanti e sistemi di trasporto su rulli e carrucole. Ammiriamo, riportata nel suo luogo di origine, la famosa Stele di Roma, la seconda per dimensioni, tenuta in Italia sino al 2005 da quando fu trafugata da Mussolini. Ma quella che più è impressionate, non fosse altro per le sue enormi dimensioni, è la Grande Stele, 33 metri di blocco di pietra che si abbatté al suolo proprio mentre veniva innalzata e che oggi giace spezzata in più tronconi, quasi un monito - secondo alcuni - alla realizzazione di opere  pagane di entità così ambiziose.

 
 

Visitiamo altre zone del parco archeologico, la Tomba del sovrano Kaleb, i Bagni della Regina di Saba, il museo archeologico e la cattedrale della Nostra Signora Maria di Sion, uno dei luoghi più importanti per il culto etiope. Accanto alla nuova cattedrale, costruita di recente, ed alla vecchia originaria chiesetta, sorge infatti  la cappella di Tabot dove, secondo la tradizione, è custodita l’Arca dell’Alleanza. Si tratta di una delle reliquie più antiche della storia e più avvolte nel mistero, che ha ispirato le famose pellicole cinematografiche di Steven Spielberg:  la cassa dorata in cui sono custodite le Tavole dei 10 Comandamenti ricevuti da Mosè  sul Monte Sinai.  La credenza vuole che l’Arca dell’Alleanza sia stata trafugata da Gerusalemme da Menelik I, il figlio del leggendario Re Salomo- ne e della Regina di Saba, e da quel tempo dovrebbe trovarsi lì, nella piccola cappella, adiacente la vecchia chiesa,  sorvegliata ventiquattro ore su ventiquattro  dal monaco guardiano, senza possibilità di allontanarsi  e senza possibilità di accesso per i fedeli. Il mistero sulla reale presenza dell’Arca dell’Alleanza nella cappella resta tuttavia ancora oggi irrisolto. Secondo la religione etiope, ogni edificio adibito al culto deve avere una copia dell’Arca, tenuta nascosta alla vista dei fedeli nel proprio Sancta Sanctorum, e che viene esposta  solo in occasione delle festività più importanti. Nuovo giorno, dedicato interamente al trasferimento nella regione del Tigrai, nella parte più settentrionale dell’Etiopia, con i suoi paesaggi fiabeschi e le circa 120 chiese rupestri, nascoste tra le montagne o in cima a picchi rocciosi. Prima tappa a Yeha, un piccolissimo centro  dove visitiamo una piccola chiesa ed il Grande Tempio, una struttura antichissima dove però fervono i lavori di recupero e di restauro portati avanti da una nutrita schiera di archeologi tedeschi. Interessante vederli al lavoro; ma ancora più interessante la visita ad un piccolissimo museo, se tale si può definire, che altro non è che una stanzetta angusta al primo piano di un umile edificio, cui si accede attraverso una piccola scala di legno. Custodisce reperti religiosi, ma quello che ci lascia esterrefatti sono i tanti, vecchissimi volumi religiosi, risalenti a  molti secoli addietro, che il monaco custode tira fuori da una polverosa vetrina e ce li mostra facendoceli quasi sfogliare! Sono scritti in aramaico, con bellissime illustrazioni a colori di scene del Vangelo e dei Testamenti; i bordi delle pagine sono ingialliti e consumati dal tempo e dall’incuria, ma resistono …  non so ancora per quanto tempo! E allora ti rendi conto, in occasioni come queste, che qui in Etiopia il tempo si sia fermato davvero …

Nel piccolo villaggio adiacente si svolge un affollatissimo mercato locale; la necessità di riparare la ruota forata posteriore del nostro pulmino, ci dà l’occasione di spendere una buona mezzora girovagando al suo interno. E’ una esperienza che ti fa toccare con mano la realtà sociale della gente di questa poverissima regione.

 

 

il mercato di Yeha (regione del Tigrai)

Il mercato è stracolmo, si vendono soprattutto prodotti agricoli per la sopravvivenza; i semi e le farine vengono pesati con delle lattine vuote di conserve, che sono la vera unità di misura. Le donne sono avvolte nei coloratissimi vestiti, con lo shamma bianco sul capo ed  una infinità di ombrelli colorati che qui vengono usati come parasole; dromedari caricano e scaricano merci e persone: uno di loro mi si avvicina così tanto che quasi mi lecca un orecchio, con il suo musone caldo ed appiccicoso! Tantissimi muli, alcuni tenerissimi con solo qualche mese di età, che portano sulla groppa delle rudimentali bisacce realizzate in lamiera, dentro le cui tasche si trasporta di tutto, dai sacchi di ortaggi, ai cereali alle taniche di acqua. Mi chiedo cosa possano mai ricavare dalle vendita di mercanzie così esigue, nella quantità e nel valore, ma mi rendo conto che il mercato costituisce per questa gente anche un’occasione di incontro, per vedersi e parlare tra di loro. Bambini piccolissimi, laceri e scalzi, si allontanano dalle madri e ci rincorrono per chiederci qualcosa …  E’ l’Africa che ti resta nel cuore!

Breve pausa per il pranzo e ci rimettiamo in cammino per la visita alla chiesa rupestre di Maryam Papasiti, un vero gioiello letteralmente nascosto tra le montagne della regione. Il pulmino ci porta fin dove la strada lo consente, un’ampia vallata verde circondata da massicci impressionanti. In uno di questi, invisibile alla vista, si trova il piccolo monastero. Occorre quasi un’ora di camminata, tra terreni più o meno aspri, letti di fiume semi asciutti e tunnel di roccia, sino a quando giungiamo ai piedi di una grande montagna, cosparsa di palme altissime che sembrano inerpicarsi tra le fenditure ed il cui verde intenso dei loro rami spezza sul giallo-ocra del costone. Là in mezzo, da qualche parte, si trova il piccolo monastero dove vive, solitario, un monaco guardiano. Un’ultima leggera arrampicata e finalmente lo troviamo, ci togliamo le scarpe ed entriamo. Non c’è luce sufficiente all’interno, ma la candela accesa dal monaco contribuisce a rendere ancora più mistica l’esperienza, apprezzando le bellissime pitture che adornano le pareti, con scene di santi e di magia, sullo sfondo del sancta sanctorum separato da una porta a due archi, il cui accesso ci è naturalmente proibito. Il pomeriggio volge al termine e ci avviamo verso la località di Hawzen, dove trascorreremo la notte.

 
 

La sveglia suona alle sei, colazione veloce e presa in consegna dei sacchetti per il pranzo. Oggi sarà una giornata campale che prevede, tra l’altro, la scalata di un alto massiccio per visitare alcuni dei monasteri “più irraggiungibili” e … l’adrenalina corre già in circolo! Il pulmino  ci porta lungo una pista sino alle pendici del costone roccioso che si alza verticalmente nel cielo per oltre 450 metri, alla cui sommità, invisibili all’occhio, si trovano due di questi monasteri costruiti tra il XVI ed il XVII secolo, da monaci desiderosi di ascetismo o forse per sfuggire alle incursioni dei musulmani. Il paesaggio che ci circonda è mozzafiato, siamo su un altopiano a 2500 metri di altitudine, con un orizzonte che spazia all’infinito, puntellato di altissime montagne e picchi che svettano sino a toccare il cielo azzurro. Siamo in sei ad affrontare questa arrampicata, svuotiamo lo zaino del superfluo per alleggerire il peso e ci incamminiamo a piedi verso il cuore della montagna. La guida che ci accompagna ha avvisato alcuni del luogo che ci guideranno lungo la salita e che si prestano (ovviamente  ricompensati  da una lauta mancia) ad accollarsi il peso del nostro zaino. Ed in effetti si rivelano provvidenziali, perché l’arrampicata si presenta ben presto più ardua del previsto. Non ci sono sentieri, il costone è ripidissimo e guardare verso il basso, già dopo una mezzorata di percorso, ci mette ansia che si aggiunge al fiato corto dello sforzo. Le guide però ci danno un senso di sicurezza, conoscono benissimo il percorso, tra gli anfratti della roccia e scalini naturali formatisi nella incavatura della pietra, e nei punti più difficili  ci indicano dove esattamente poggiare i piedi e la sequenza dei passi.

Ad intervalli, man mano che ci avviciniamo alla sommità, ci fermiamo per recuperare ed allentare la frequenza del respiro, ma soprattutto per godere, a vista d’aquila, del paesaggio tutt’intorno, la cui bellezza è primordiale, a tratti maestosa. Mi pare di essere sulla vetta del mondo, mi esalto, ma poi ritorno con i piedi per terra se penso che lì i monaci, ed i fedeli, ci sono saliti tantissime volte e sono anche riusciti a costruirci delle chiese. Finalmente, madidi di sudore, dopo l’ennesima salita ed un ennesimo giro intorno alla parete rocciosa, intravvediamo la  meta, la tanto agognata chiesetta. Di per sé è deludente, forse ci aspettavamo qualcosa di più, e forse l’arrampicata di oltre un’ora è la cosa più straordinaria della escursione.  Il piccolo monastero di Maryam Korkor ha una pianta a croce, con pilastri, archi e cupole ed, ovviamente, gli immancabili affreschi dell’arte religiosa etiope.

 

 

Ma le sorprese non sono finite: proseguiamo infatti per una decina di minuti verso il versante opposto della cima, giungendo ad un punto in cui c’è solo un sentiero naturale sulla roccia, largo appena un metro, che si snoda lungo la parete; dall’altra parte c’è letteralmente il vuoto, un abisso di 450 metri che è vietato guardare,  soprattutto per chi soffre di vertigini! Procediamo con molta cautela, attaccati quasi come ragni alla parete, sino a che il sentiero si allarga leggermente in corrispondenza di una piccolissima apertura sul costone,  coperta da una porta rudimentale: è la chiesetta di Daniel Korkor, praticamente una caverna naturale di pochi metri quadrati, che è stata scolpita ed adattata a luogo di venerazione e di contemplazione. Ed in effetti non la finiamo di contemplare il paesaggio, la natura straordinaria, restiamo senza parole … pensando alla bellezza del creato!

Dopo cinque ore ci ricongiungiamo con il gruppo, troviamo una sorta di punto di ristoro, con una stanzetta interna dove consumare il pocket lunch; siamo anche fortunati perché ci sono delle bevande ghiacciate (non tutti sono dotati di frigorifero in questa parte dell’Africa); ordiniamo del caffè che, com’è usanza, viene tostato sul momento, macinato con un pestello e versato sull’acqua bollente di una caffettiera di argilla, cospargendo l’aria di una straordinaria fragranza. Dico sempre che  assistere al rito della preparazione del caffè in Etiopia e sentirne l’odore che impregna l’ambiente, vale più del caffè stesso! Con la mente ancora rivolta alle immagini indelebili della mattinata trascorsa, intraprendiamo il trasferimento verso Macallè, capoluogo e principale centro economico del Tigrai,  una città “importante” dell’Etiopia settentrionale, con oltre 215.000 abitanti, con  servizi, alberghi ed un aeroporto. Il nome ci richiama ricordi storici legati allo sventurato periodo dell’avventura colonialista italiana … ma questa non è la sede per rievocare fatti ed avvenimenti, talvolta di estrema violenza, che rappresentano una pagina nera della nostra storia. L’albergo in cui alloggiamo è molto confortevole e di standard elevato, anche commisurato a quello occidentale. Ci sentiamo di essere ritornati nel futuro, ma giusto per una serata ed una notte: l’indomani all’alba ci attende un lunghissimo ed estenuante trasferimento per raggiungere la nostra ultima e più interessante tappa del nostro viaggio, la citta sacra di Lalibela!

 
 

Lalibela è poco più di un villaggio, attraversato da un’unica strada principale con uno slargo centrale da cui si diparte un’arteria in salita che conduceporta alle 11 chiese scavate nella roccia, cono- sciute come una delle meraviglie del  mondo. La gente del luogo abita nei tipici tukul circolari, disseminati un po ovunque, nelle campagne e nelle colline circostanti, e la loro vita è scandita dal lavoro dei campi e dalla partecipazione alle preghiere ed ai riti religiosi che si tengono il sabato o la domenica ed in occasione delle festività religiose. Le spettacolari chiese monolitiche, ricavate nelle viscere della terra e della roccia, e l’attenzione del mondo intero per qqueste meravigliose architetture, hanno mutato in po’ queste abitudini, con il sorgere di diversi alberghetti ed alloggi per accogliere i turisti ed anche un piccolo aeroporto che però, quando c’è nebbia sull’altopiano a 2500 metri di altitudine, rimane chiuso anche per diversi giorni. Ci sono leggende a non finire sulla costruzione di queste chiese; secondo la tesi ormai accreditata risalgono al periodo del re Lalibela, da cui il posto prende il nome, ossia tra il XII e XIII secolo. Una in particolare narra che il re, avvelenato dal fratellastro, sia arrivato sino in Paradiso, ma che qui Dio lo abbia rispedito sulla Terra con l’ordine di creare una nuova Gerusalemme, una nuova città santa, in questo luogo dell’Etiopia. Ed in effetti la pianta della città, così come i nomi dei luoghi, evocano fortemente l’immagine di Gerusalemme, con tanto di corso d’acqua che rappresenta il fiume Giordano, il monte Calvario, la Toma di Adamo. Le chiese sono quasi tutte di struttura monolitica, ossia ricavate da un solo blocco di roccia, che è stato ‘scavato’ nelle viscere delle collinette creando facciate, portici, archi, colonne ed interni! Leggo dalle guide turistiche che si tratta di “architettura per sottrazione”, ovverosia consistente nello scavare nel tufo e nella pietra, partendo dall’alto verso il basso, sino ad ottenere la creazione di edifici così mirabili! Mi sono chiesto e richiesto più volte, visitando le varie chiese, come tutto questo sia stato possibile ad opera di artigiani e scalpellini, richiedendo un lavoro immane, secoli di lavoro … chissà che non siano vere le leggende secondo le quali siano intervenuti gli angeli durante la notte per integrare il duro lavoro svolto degli umani durante il giorno!

 
 

Passiamo un’intera giornata a visitare gran parte delle chiese, ognuna con caratteristiche particolari e con veri e propri gioielli architettonici e pittorici custoditi al loro interno. E’ sorprendente come queste chiese siano poi tra di loro collegate da cunicoli e tunnel sotterranei, stretti passaggi ricavati nella roccia, che permettono ancora oggi ai pellegrini di spostarsi tra una chiesa e l’altra. Abbiamo provato anche noi l’emozione di un tale percorso, accompagnati dalla nostra guida locale Daniel, un tratto di diversi minuti che parevano interminabili, immersi nel buio totale, ciascuno attaccato al bavero della persona che lo precede, per poi sbucare, improvvisamente, nella luce, con la facciata di una nuova chiesa che si para di fronte, un po’ come il tunnel di Petra che all’improvviso si apre nel Tempio del Tesoro, con la variante però del buio più totale. Mi soffermo solo a descrivere quello che è il tempio più rappresentativo e simbolo non solo di Lalibela, ma dell’intera Etiopia, la chiesa di Bet Giorgis. E’ un blocco a tre livelli, alto una quindicina di metri, ben conservato, del tutto singolare per la sua forma tipica a croce greca. Non è visibile dall’esterno, poiché è interamente scavato sotto il livello della superficie, lo si può ammirare dall’alto salendo su un piccolo rilievo terrazzato soprastante, oppure scendere sotto, seguendo un percorso di tunnel,  per ammirare la bellezza in tutto il suo sviluppo verticale, con l’edificio che si intinge di rosa quando i raggi del sole calante lasciano in penombra la costruzione.

 
 

Quando entriamo nella Chiesa, dopo aver superato una piccola scalinata dove lasciamo le scarpe, veniamo avvolti dal buio e da un silenzio religioso. Ammiriamo le pareti, i pilastri scolpiti, la semplice raffinatezza delle poche decorazioni, delle croci sul soffitto, il grandioso dipinto che raffigura San Giorgio, i grandi teli che scendono dall’alto per proteggere alla vista la parte più sacra del santca sanctorum, dov’è custodita, come tutti gli altri edifici di culto, una copia dell’Arca dell’Alleanza.  Allo stesso modo rimaniamo affascinati  dalla visita alle altre chiese, da quella più grande di Biete Medhane Alem a quella di Bete Maryam, dedicata alla Vergine, ognuna con una sua caratteristica o una peculiarità o una storia ricca di fascino. Forse, la descrizione di Francisco Alvares, un sacerdote portoghese che le visitò nel XVI secolo,  rende più di ogni superflua espressione sul senso di meraviglia suscitato dalla loro visione: “Non mi affanno a scrivere di più di questi edifici, perché mi pare che non sarei creduto se ne scrivessi ancora… Ma giuro su Dio, nel cui potere io sono, che tutto ciò che ho scritto è verità”!

 

 

Ci svegliamo per l’ultimo giorno a Lalibela e in Etiopia, prima del nostro ritorno in Italia. E’ la giornata di sabato e si tiene una funzione religiosa nella chiesetta di Biete Queddus Mercoreus (Casa di San Marco). Non c’è tempo per fare colazione,  la rinviamo a dopo la cerimonia, ed alle 7 e 30 siamo già tra la folla dei pellegrini che assiepano tutta l’area intorno alla piccola chiesa. Fedeli provengono a frotte da tutto il circondario, li vediamo scendere dalla collina o spuntare dai tunnel sotterranei, tutti vestiti di bianco, le donne avvolte nello shamma e portando con sé una candela in segno di omaggio. Il sagrato è stracolmo, sembra una nuvola di cotone bianco che ondeggia e ben presto non si trova più posto neanche tra i costoni e le balze circostanti.  Colpisce la devozione pura dei presenti, assorti e concentrati nelle preghiere che rivolgono a Dio o al Santo a cui il monastero è dedicato. Ci rendiamo conto di essere un po’ fuori tono con il contesto di misticismo e di sentita spiritualità che avvolge l’ambiente e, per quanto possibile, cerchiamo di essere discreti, anche se il solo scattare fotografie contraddice l’intento. Vediamo un monaco, con i paramenti di colore rosso e oro, che incede tra la folla del sagrato; porta con sé un simulacro che è coperto da un drappo -  presumo che si tratti della copia del  Tabot sacro - lo mostra ai fedeli,   che si inchinano e lo baciano. Attorno a me anziani con il loro fedele dula che leggono i salmi e le preghiere da libriccini in aramaico. Poi la preghiera si leva corale, l’atmosfera è mistica, i canti si alzano al cielo. Con queste immagini forti, di cristianità pura e possente, ci accingiamo al ritorno. Ciao Etiopia!  

 
 

Testi e foto by SANTI 03/2020